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Homo Faber Es Devlin Artistic Director Sophia Bennett Michelangelo Foundation
Art & Culture

Homo Faber 2026

Art & Culture · settembre 2026

B

Brigitte Cocyan

settembre 2026

The Art of Making

Come si mette in scena l’artigianato senza cadere nella nostalgia? Es Devlin risponde con la luce. Per la quarta edizione di Homo Faber, l’artista britannica trasforma San Giorgio Maggiore in An Island of Light: un arcipelago formato da oltre 500 artigiani, circa 700 oggetti e 15 installazioni, uniti da luce, acqua, riflessi e movimento. Per un mese Venezia diventa così il palcoscenico di una disciplina in cui non conta soltanto l’oggetto finito. Perché, almeno tanto interessante quanto ciò che viene creato, è il modo in cui prende forma.

Homo Faber diventa particolarmente interessante quando rende visibile il percorso che porta all’oggetto finito. Dietro ciascuna di queste creazioni ci sono infatti scelte, conoscenza dei materiali e abilità che non possono essere ridotte alla perfezione di una superficie. È proprio su questi aspetti che Es Devlin punta la luce. In senso letterale e figurato. Fino al 30 settembre, Homo Faber occupa gli spazi storici e i giardini della Fondazione Giorgio Cini. Devlin parte dalla topografia della laguna per costruire la propria scenografia. Ogni artigiano diventa un’isola a sé, con un patrimonio individuale di conoscenze, competenze ed esperienza. Insieme formano un arcipelago che Devlin mette in relazione attraverso luce, ombra, acqua e riflessi.

© Es Devlin STUDIO, Victor Picon
© Michelangelo Foundation

La luce assume qui un ruolo insolito. Non si limita a illuminare ciò che è già presente. Incontra il vetro e si rifrange, attraversa la carta, ne evidenzia le strutture, modifica colori e superfici. Il materiale reagisce alla luce e rende così visibili caratteristiche che, osservando rapidamente un oggetto bello, potrebbero facilmente sfuggire. La tradizionale esposizione di artigianato si trasforma così in un racconto spaziale dedicato alla materia e alla sua trasformazione. Devlin sviluppa questo racconto attraverso 15 installazioni. A Language of Hands porta innanzitutto l’attenzione sulla mano stessa, mentre An Index of Artisans si concentra sulle persone che si celano dietro le opere. In An Alphabet of Objects, oltre cento lavori diventano silhouette luminose, creando una sorta di grammatica visiva fatta di forme, ombre e materiali.

An Alphabet of Objects © Michelangelo Foundation

Particolarmente suggestiva promette di essere A Full Moon Rising. Nell’ex piscina Gandini, le tradizionali Moon Jars coreane e delicate ceramiche dialogano con superfici d’acqua, riflessi e luce. A Rooted Ascent è dedicata invece a legno, sughero e fibre vegetali e affianca alle opere esposte dimostrazioni dal vivo della loro realizzazione. Infine, con An Atelier Alive, la mostra si trasforma in un vero e proprio laboratorio: maestri di diverse discipline lavorano sul posto, permettendo ai visitatori di osservare da vicino come un materiale prende forma fino a diventare un oggetto.

A Full Moon Rising © Michelangelo Foundation

Anche Venezia entra a far parte del concept di Devlin. Nel Chiostro del Palladio, A Great Turning dialoga con la geometria dell’architettura rinascimentale attraverso elementi cinetici, acqua e luce. A Luminous Ark popola il deambulatorio del refettorio con sculture di carta ispirate alla fauna della laguna. Per A Feast of Light, Devlin riunisce invece esclusivamente opere bianche in porcellana, vetro soffiato, tessuto e carta attorno a una grande tavola illuminata. Subito dopo, A Rainbow of Forms rompe questa monocromia, lasciando che resina, smalto e materiali plastici traducano la luce in colore. È una messa in scena costruita con grande attenzione. Eppure, la vera forza del concept sta forse nel riportare lo sguardo verso qualcosa di molto concreto: il fare.

© Michelangelo Foundation
© Michelangelo Foundation

Non si tratta di un romantico ritorno al fatto a mano. Homo Faber non presenta neppure l’artigianato artistico come un’alternativa alla tecnologia o alla produzione industriale. Più interessante è chiedersi quale forma di sapere sia racchiusa in questi oggetti. La conoscenza di un materiale si costruisce nel corso degli anni, a volte delle generazioni. Le tecniche possono essere documentate e tramandate. Ma la capacità di un maestro di reagire con sicurezza quando un materiale non si comporta esattamente allo stesso modo in ogni fase della lavorazione nasce soltanto dall’esperienza pratica.

Anche il concetto di Homo Faber, l’uomo artefice, assume così un significato particolare. In un’epoca in cui la produzione può allontanarsi sempre più dall’intervento umano, la mostra non concentra l’attenzione soltanto sul prodotto, ma sulla capacità di creare qualcosa. Non come presa di posizione contro le nuove tecnologie, bensì come osservazione attenta di ciò che distingue realmente il saper fare umano.

© Michelangelo Foundation
© Michelangelo Foundation

Che questa riflessione avvenga a Venezia non è soltanto una scelta suggestiva. La città stessa sarebbe difficilmente immaginabile senza forme di artigianato altamente specializzate. Vetro, pietra, legno, metallo, tessuti e carta hanno plasmato nei secoli non soltanto gli oggetti prodotti qui, ma anche l’architettura e la cultura veneziane. Dietro l’immagine di Venezia c’è una storia fatta di botteghe, tecniche e persone capaci di padroneggiare i materiali e tramandare queste conoscenze. Homo Faber porta quindi questa storia anche oltre San Giorgio Maggiore. Con Homo Faber in Città, Venezia stessa entra a far parte del programma. Circa 130 botteghe locali e manifatture del vetro di Murano sono raccolte nello Homo Faber Guide. A Casa Sanlorenzo, due mostre arricchiscono ulteriormente il programma, mentre Murano Illumina il Mondo porta in Piazza San Marco dodici lampadari progettati da artisti internazionali e realizzati a Murano.

© Courtesy of the Fondazione Giorgio Cini

Homo Faber 2026 riduce anche la distanza tra il visitatore e l’oggetto. Novanta Young Ambassadors provenienti da scuole internazionali di design e d’arte accompagnano il pubblico attraverso la mostra, spiegando le tecniche e raccontando le persone dietro le opere. A questo si aggiungono laboratori aperti, dimostrazioni e occasioni per lavorare direttamente con i materiali. L’oggetto non deve essere soltanto fotografato, ma anche compreso, almeno un po’.

Il percorso ideato da Es Devlin si conclude nel Chiostro dei Cipressi. Qui Twenty Silent Songs riunisce venti opere collaborative realizzate da atelier di maestri artigiani provenienti da cinque continenti. Venti lavori, venti tradizioni diverse e, ancora una volta, l’idea dell’arcipelago da cui tutto ha avuto inizio: singole isole di sapere e abilità messe in relazione tra loro. Forse oggi una mostra dedicata all’artigianato deve fare proprio questo: non spiegare perché dovremmo preservarlo, ma mostrare perché continua ad affascinarci. Es Devlin, per farlo, accende la luce.

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